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| CALENDARIO 2005|
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SCHEDA
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| Immaginate un uomo, un grande musicista, un genio. Scrive opere memorabili, è amato, stimato, venerato. Un bel giorno si guarda intorno e scopre che il secolo in cui sta vivendo, le mode, le idee, le persone che lo circondano non gli piacciono più. Così, bello come il sole, smette di creare. Attacca in sol colpo il successo al chiodo. Quest'uomo si chiama Gioachino Rossini, proprio quello del Barbiere di Siviglia: anima colta di fine Settecento, amante dell'arte per l'arte, del bello in sé, romantico sostenitore dei castrati e poco sensibile ai moti rivoluzionari che la societa' andava partorendo ad ogni angolo di strada, sbarca in un secolo che vede il sorpasso del contenuto sulla forma, si deprime, saluta tutti e si imbuca a Parigi, dove cazzeggia con sublime talento fino alla morte. Nello stesso tempo, siamo alla metà dell'800, in tre luoghi diversi d'Italia si consumano buffe tragedie di miseri tapini che, al contrario, non hanno talento ma vorrebbero tanto avere successo: a Lugo di Romagna Manaresi Edmeo, impresario teatrale con la passione delle carte e della passerina, è rovinato dai debiti; a Bologna la Contessa Mazzoni Severi, vedova del povero Pio, cerca di lanciare la figlia nel magico mondo della lirica, un po' per fare soldi un po' per allontanarla dal rivoluzionario Libero Senzadio, che la giovane ama con romantico e scellerato trasporto; a Milano il castrato Omar, originario del Kazakistan, dispensa felicità alle donne della sartoria teatrale presso cui lavora ma si sente irrealizzato. Da chi andranno a bussare i tre simpatici disperati? Proprio dall'uomo che non essendo più interessato al successo, potrebbe ceder loro senza troppe remore un po' del suo talento: Gioachino Rossini! Costruito come una vera opera lirica, con overture, atti, arie, svenimenti, colpi di scena, colpi di pistola, parrucconi, fondalini e un vero teatrino ricostruito sul palco, Ah, che bel vivere! rende un omaggio ardito e divertito al melodramma sollevando - grazie alla follia comica e al trasformismo di Paolo Cevoli - il velo della consuetudine per riscoprirne l'aspetto gioioso e ludico, quando nei foyer dei teatri si giocava d'azzardo e nei palchetti, durante le esecuzioni, si mangiava si scherzava e si ignoravano quelli che cantavano sul palco. Uno spettacolo a metà strada tra il comico e il melodramma, diciamo un "melocomico", dove gli attori entrano ed escono dai personaggi alla velocità della luce per raccontare il mistero del talento: perché alcuni quando nascono hanno in mano l'asso di cuori mentre altri devono cavarsela con il due di picche? E perchè nessuno è mai contento di quello che ha? Chi ha il talento se ne vuol disfare, chi non ce l'ha lo vorrebbe rubare fino a scoprire, con un sorriso, che la felicità dura per tutti, geni e scellerati, il tempo di un acuto. |
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