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Articoli Il nocciolo della vita
marzo 2003 - MAX

Bologna. Ore 6:55 circa. Un nuovo giorno. Ricomincia la Vita. Non è consueto parlare del nocciolo della Vita. Soprattutto la mattina presto. Sembra un argomento riservato a quegli intelligentoni che scrivono delle robe sui giornali. La Vita. La cosa più importante che ho. Parlare della cosa più importante che ho. Del suo nocciolo. Il suo cuore. Non è consueto parlarne. Tutti viviamo. Non solo i pensatori o quelli che fanno le prediche. Tutti viviamo. Si parla di tante cose. Raramente del nocciolo della Vita.

Io sono figlio di albergatori riccionesi. Il mio babbo e la mia mamma mi hanno insegnato a guardare il buono delle cose. Fin da bambino. Mi hanno insegnato che la Vita c'è. Anche ad alzarmi presto la mattina. Difatti la Vita me l'hanno anche data. In particolare la mia mamma fa delle lasagne che quando le mangi sono una meraviglia. Crescendo me ne sono accorto anche io che la Vita c'è. Ma delle volte ci faccio l'abitudine. Crescendo ho imparato ad apprezzare anche il pesce che cucina la mia mamma. Il pesce dell'adriatico è piccolo e bisogna cucinarlo in modo semplice. Purtroppo, a volte, si mangia perché si deve e non perché ci piace. L'abitudine è una brutta cosa.

La Vita è più grande di noi. C'era prima di noi. Ci sarà dopo di noi. Adesso ho due figli che sono già più alti di me. Non ci vuole molto per via del mio metro e sessantacinque scarso. A Giacomo e a Davide, ci piacciono da matti le lasagne della nonna. Viceversa, la mia moglie è imprenditrice. Elisabetta. Una gran donna. Non sa fare le lasagne. O forse si, non lo so. In diciassette anni di matrimonio non me le ha mai preparate. E' lo stesso. I miei figli crescendo impareranno a mangiare il pesce.

Adesso faccio basta di scrivere. I miei figli si sono alzati. Tutte le mattine, quando sono a casa, gli prepararo la spremuta di arance. Mia moglie si alza un po' dopo. Facciamo colazione insieme con un caffettino fatto con la moka. Quando siamo a casa. Un pensiero mentre viene su il caffè. Forse il nocciolo della Vita è proprio questo: il nocciolo della Vita vuole cercato, il nocciolo della Vita vuole voluto, il nocciolo della Vita vuole domandato. I figli escono per andare a scuola. Mia moglie si sta alzando. Buonagiornata.


M'ama, non m'ama
SMEMO 2005

Il romagnolo è uno pratico, non è che sta lì a sfogliare la margherita. Tempo perso. Neanche stare a chiedersi se m'ama o non m'ama. Tutte patacate che ti stracciano anche un po' i maroni. L'importante è andare forte, amare, fare casino, vivere, spurgare. Come Valentino Rossi quando apre il gigler del gas che la moto va via come un siluro e lui però la tiene giù con il culo.

Il mio amico Alfredo Antonares (che è un marocchino di quelli venuti dal Marocco) dice che "Il romagnolo è quell'italiano esorbitante che si diverte a eccedere ed esagerare, a sentire che il bello è sempre al di là dei limiti previsti." E l'imprevisto non accade se non te l'aspetti. Aspettare qualcosa, tendere alla cima. Questo ti fa grande. Come il mitico, dolce, povero Pantani. Il discorso è che non si può stare da soli, sennò la cremagliera dei nevroni si ingrippa. Il romagnolo è un animale da comitiva. Come dice sempre Antonaros "Un romagnolo fa del casino, due romagnoli un circolo, tre romagnoli una sezione di partito, quattro fanno una briscola. In cinque fondano un partito o si mettono a ballare."

Il romagnolo è uno semplice, qualcheduno direbbe un pataca, composto con un mischione svariegato di malinconia e contentezza. La malinconia è quella roba che ti prende nel mastigotto quando senti che ti manca un robo che non lo sai neanche te cos'è. Uguale a quell'accordo in minore, semplice, che attacca la strofa di "Romagna mia". Semplice come la contentezza di quando poi dopo il ritornello passa in maggiore. Perché la vita c'è. E, per fortuna, la mamma dei pataca è sempre incinta.

E se qualche pataca vuole cosare di scrivermi a paolocevoli@paolocevoli.com magari facciamo un circolo. O sennò andiamo a ballare.


Come nasce la comicità
VITA E PENSIERO

"Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia, che si domanda come un ragazzo insaziabile:'E dopo?', che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.
Voi siete così giovani come la vostra fiducia per voi stessi, così vecchi come il vostro scoramento.
Voi resterete giovani fino a quando resterete ricettivi.
Ricettivi di ciò che è bello, buono e grande, ricettivi ai messaggi della natura, dell'uomo e dell'infinito.
E se un giorno il vostro cuore dovesse esser mosso dal pessimismo e corroso dal cinismo possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi."
Generale Mac Arthur ai Cadetti di West Point - 1945

Probabilmente esistono dei libri che ne parlano. Sicuramente qualche intelligentone ha scritto delle robe sull'argomento. La comicità. Oggi va molto di moda. Qualcuno lo definisce un fenomeno di massa. Può darsi. Tv, giornali, films, libri. I comici sono considerati dei semi-divi. Come i cantanti qualche anno fa. Mi ricordo che da bambino sono andato a vedere il matrimonio di Don Backy che aveva una Rolls Royce bianca e ha fatto la prima notte di nozze all'Hotel Gemma di Riccione. Gli intelligentoni di cui sopra magari sanno dare delle risposte al perché di tutto questo successo. Carenza di valori, incertezze economiche, costo della vita, il tempo che non è più come una volta… Io non lo so. Anzi. Quelli che fanno di mestiere il rispostismo non li sopporto. Fanno di ogni erba un coso.

Per quello che mi riguarda ho cominciato a lavorare a 11 anni. Nella Pensione Cinzia. Riccione. Avevo appena finito la quinta elementare. Il mio babbo mi fa: "Adesso sei pronto per andare in sala a fare il cameriere". Il mio babbo Luciano era una specie di direttore. La mia mamma Marisa stava in cucina. Cuoca. Lasagne, tagliatelle, piadina. Tutta roba fatta a mano. I clienti andavano fuori di testa. Una delle tante piccole pensioncine nate come d'incanto a metà degli anni '50 nella riviera romagnola. Capienza max 60/70 persone. D'altronde di più non ce ne stavano perché la Pensione Cinzia aveva solo 11 camere. Anche infilando i clienti con il muletto. Trascorrevano le ferie nella nostra pensione ed erano contenti. Il mio babbo e la mia mamma lo sapevano. Il loro compito era quello di regalare un po' di contentezza a quelli che venivano giù da Milano (poverini), da Bologna o dalla Germania. I tedeschi erano i migliori. Davano le più belle soddisfazioni. Wunderbar era la parola più usata. Lo scopo del lavoro dei miei genitori era quello che i loro ospiti stessero bene. "Quando sono contenti loro, siamo contenti tutti." Noi eravamo quasi sempre contenti.
Secondo me la comicità ce l'hai dentro. Dalla nascita.

Dopo qualche anno sono andato a studiare nell'Università e poi ho fatto il manager. Mi hanno insegnato i meccanismi della customer satisfaction. Il mio babbo non ha mai fatto l'Università però le regole fondamentali le conosce alla perfezione: volere bene al cliente, prendendolo per il culo. In senso buono. Il mio fratello ha quattro anni meno di me. Raggiunta l'età prestabilita ha cominciato a lavorare anche lui. Noi ridevamo sempre durante il lavoro alla Pensione. "Hai visto quello lì di Milano che si è fatto mettere il parrucchino?" "Questa sera Werner ha bevuto tanta di quella birra che si è ribaltato sotto il tavolo" E ridevamo. Con gli amici mi è sempre piaciuto scherzare. I miei comici preferiti erano Cochi e Renato, Totò, Stanlio e Ollio. Il mondo dell'azienda non sembra tanto da ridere. Però se hai lo sguardo giusto si trovano tante robe. Qualche anno fa ho realizzato un sito di satira aziendale e del management: www.thebisness.com
Secondo me la comicità si può coltivare. L'ironia è una pianta che nasce ovunque, anche nei posti più aridi.

Qualche anno dopo ho cominciato a fare il comico. Per caso. Quelli di Zelig li conosco da tanti anni. Mi avevano chiamato diverse volte a fare della tv. A causa del mio lavoro, la famiglia e tante altre cosine gli ho sempre detto di no. Però l'anno scorso sono andato a Zelig. Non avevo mai fatto una serata di cabaret in locali o teatri. A differenza della maggior parte dei comici non ho mai fatto la gavetta. Ho debuttato a Zelig. Dicono che sono un comico "naturale". Non mi preparo, improvviso. La mia comicità nasce dall'osservazione. Da quello che ho vissuto. Per fortuna ho incontratro dei "maestri" che hanno saputo valorizzare le mie doti. Gino e Michele e Giancarlo. Per fortuna che ho incontrato Bisio che mi ha fatto da spalla. La spalla è uno che sa massimizzare le capacità di fare ridere del comico. E' al servizio.
Secondo me la comicità nasce da un rapporto. Meglio se di amicizia.

Adesso faccio il comico a tempo pieno. Dopo la televisione ho scritto due romanzi comici. Non avevo mai scritto in vita mia. Mi piace molto scrivere. Soprattutto raccontare delle storie. Adesso faccio anche teatro. Non avevo mai recitato in vita mia. Mi piace molto il teatro. Si possono raccontare delle belle storie. Insomma il comico è un mestiere. Bisogna leggere, studiare, prepararsi.
Secondo me la comicità si sviluppa in un lavoro. Come diceva uno (Edison), il lavoro dell'artista è per l'1% ispirazione e per il 99% traspirazione.


La gente mi ferma per strada. Da quando sono diventato famoso. Tanti segni di affetto. Mi vogliono bene. Ricevo tante mail. Alcune curiose. Un mese fa mi ha scritto un ragazzo che lavora in una comunità dove vivono ragazzi disadattati. "Quando i nostri ragazzi sono un po' giù gli mettiamo una cassetta di Zelig. Loro non capiscono tanto bene le battute. Però ridono. Come dei matti…" E sono proprio dei matti. Però hanno capito che quelli di Zelig si divertiscono, sono un bel gruppo. Di amici.
Secondo me la comicità nasce in comitiva. Non da solo nella tua stanzetta.

Non lo so perché una battuta fa ridere e un'altra no. Non lo so perché la barzelletta raccontata da uno fa ridere e da un altro no. Per me rimane un mistero. Se ci fossero delle regole sarebbero capaci tutti. Ci sono molti modi di ridere. Si può ridere con la testa, con la pancia, col cuore. Per me la comicità nasce dalla realtà. Da uno sguardo positivo sulla realtà. Checché se ne dica, la realtà è positiva. Innanzitutto perché c'è. Anche io ci sono. E questo non è poco. Lo stupore, la gioia e la gratitudine dell'essere.

Con questo cosa volevo dire? Non lo so, però c'ho ragione e i fatti mi cosano.